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BIG DATA: IL GDPR E’ UNO SCUDO SUFFICIENTE?

I primi a riceverlo sono stati gli indiani e subito a ruota noi europei: se si vuole continuare ad usufruire dei servizi di WhatsApp bisogna accettare la nuova policy sulla privacy proposta altrimenti si è costretti a rinunciare all’utenza.


Ma “cliccando” su “accetto” si autorizza il nuovo trattamento dei dati da parte dell’azienda di messaggistica che, è bene ricordarlo, dal 2014 è di proprietà dell’altro colosso dei big data di nome Facebook. Sembrerebbe quindi che i nostri dati potranno essere sfruttati dalle aziende su Facebook per determinati servizi, probabilmente e soprattutto per fini commerciali. Le informazioni personali che possono essere condivise tra WhatsApp e Facebook sono – tra le altre – il numero di telefono, le informazioni su come s’interagisce con altri utenti o aziende, i dati sulle transazioni, info sul dispositivo mobile e sull’indirizzo ip; senza contare poi che in alcuni paesi, vedi l’India, WhatsApp è utilizzato anche come mezzo di pagamento. E’ facilmente intuibile che il pacchetto di dati oggetto di condivisione sia economicamente allettante, alla faccia delle dichiarazioni post acquisizione tendenti a rassicurare circa la continuità della separazione di WhatsApp da Facebook.


Nel messaggio apparso a noi europei si afferma che “non ci sono modifiche alle modalità di condivisione dei dati di WhatsApp nella Regione europea (incluso il Regno Unito) derivanti dall’aggiornamento dei Termini di servizio e dall’Informativa sulla privacy. WhatsApp non condivide i dati degli utenti WhatsApp dell’area europea con Facebook allo scopo di consentire a Facebook di utilizzare tali dati per migliorare i propri prodotti o le proprie pubblicità


Infatti il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali parrebbe impedire questo scambio di informazioni e quindi, sulla carta, non dovrebbe cambiare niente. Però è bene precisare che il GDPR tutela i dati personali ma i Big Data non sono necessariamente solo dati personali così che i dati anonimi e anonimizzati possono essere sottoposti ad analisi e alle conseguenti possibilità predittive con il risultato che non c’è certezza sulle correlazioni che ne possono scaturire e per quali fini verranno utilizzate.


Parrebbe che il GDPR non sia adeguato per i Big Data perché pensato per un sistema in cui un soggetto detto Titolare raccoglie i dati personali dell’Interessato e al massimo li fa trattare dai così detti Responsabili per precise finalità.


L’impressione è che la normativa, pur recente ed avanzata rispetto ad altre realtà di altri continenti, faccia fatica a codificare e circoscrivere le infinite possibilità e capacità di analisi e di trattamento dei dati di cui certe Big Company sono capaci: d’altro canto quando si spendono 19 miliardi di dollari per l’acquisizione di WhatsApp un minimo di ritorno l’investitore deve pur aspettarselo.

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