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Le cicatrici delle recessioni. I salari dei millennial saranno penalizzati a causa della pandemia.

Aggiornamento: 12 apr 2021

Leggendo un recente rapporto dal titolo Lost in Recession: Youth Employment and Earnings in Spain è inevitabile fare alcune riflessioni. In meno di un decennio abbiamo attraversato 2 recessioni – di cui la seconda continua imperterrita – che hanno profondamente inciso sulla nostra quotidianità, ma hanno sconvolto la prospettiva delle future generazioni.


Sì, perché la Grande Recessione e il Covid-19 causeranno un calo delle retribuzioni per coloro che entrano nel mercato del lavoro, anche se l’economia si riprenderà. E’ quello che emerge chiaramente dal rapporto dei ricercatori di Fedea.


Entrare nel mercato del lavoro in piena crisi, riduce drasticamente le possibilità di trovare un impiego ed anche il salario percepito.


La Grande Recessione del 2008-2012 e la crisi derivante dalla pandemia hanno lasciato un mercato del lavoro lontano dalle esigenze dei più giovani e molto spesso impraticabile; sono gli under 30 infatti molto più esposti a causa della loro breve esperienza lavorativa e dell’alto tasso di contratti a tempo determinato. “Si prevede che questa crisi lascerà delle cicatrici, soprattutto per i millennials, dato che questa è la seconda recessione particolarmente profonda che li colpisce prima di compiere 30 anni”, spiega uno dei ricercatori.


“Fino a che punto questa situazione condizionerà il resto della loro carriera?” Dal rapporto si evince che coloro che iniziano a lavorare per la prima volta nel mezzo di una crisi vedranno diminuire il loro stipendio durante i primi 15 anni della loro carriera. Secondo le stime, un lavoratore che entra nel mercato del lavoro alla fine della Grande Recessione nel 2013 avrebbe un salario giornaliero del 7,2% più basso di un lavoratore simile che è entrato nel 2007.


Non solo loro, ma forse anche quelli che verranno dopo di loro. “Quello che ci ha sorpreso dallo studio delle crisi precedenti è che i giovani che entrano più tardi, quando le economie si stanno riprendendo, lo fanno in condizioni peggiori rispetto a prima della crisi”, ha riassunto l’esperto. “Non possiamo dimenticare che i giovani erano ancora in una situazione molto delicata prima della crisi del 2020, con tassi di disoccupazione che erano quasi il doppio di quelli del 2008″, ha aggiunto.


E’ quello che definiamo la “scarring effects of recessions” (cicatrice delle recessioni), l’introduzione cioè di quelle riforme del lavoro che rendono le assunzioni più flessibili, ma che rendono l’occupazione giovanile più precaria. Questo effetto cicatrizzante è chiaro nell’ecosistema del lavoro in Spagna, ma anche in Italia è evidente. Nel 2019, il salario reale mensile mediano dei giovani dai 18 ai 35 anni è stato inferiore a quello del 1980, con cali che vanno dal 26% per quelli dai 30 ai 34 anni al 50% per quelli dai 18 ai 20 anni. Secondo il rapporto, queste cadute sono dovute principalmente a una riduzione “molto forte” della durata del lavoro e ad un aumento del peso del lavoro a tempo parziale. L’impatto combinato significa una diminuzione del numero medio di giorni lavorativi equivalenti a tempo pieno dal 73% al 22%.


Quindi un’economia stagnante - nella migliore delle ipotesi, in realtà in recessione da troppo tempo -, una scuola non all’altezza per preparare e formare per le sfide odierne, l’incapacità del sistema di mettere insieme domanda ed offerta ed inefficaci politiche a sostegno dei giovani, disegnano un quadro sbiadito e plumbeo, allo stesso tempo, per la nostri giovani.


Tutto ciò detto, siamo anche convinti che ci siano le condizioni e le risorse per ripartire con forza ed entusiasmo.


I giovani sono la nostra migliore risorsa.


E poi…..il punto più freddo del giorno è quello prima dell’alba.


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