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E se fare impresa in Brasile fosse un’alternativa? Drawback e competizione internazionale

È di qualche settimana la notizia che Pechino ha risposto aggressiva alle sanzioni di Bruxelles, le prime dal 1989. Insieme ad USA, Canada e Regno Unito, l’Europa si contrappone al Gigante Asiatico, riportando così i rapporti diplomatici in un clima da “Guerra Fredda”, probabilmente mai terminato.


Al di là delle motivazioni “sociali” sul mancato rispetto dei “diritti civili” nei confronti della minoranza degli Uiguri, forse i veri motivi sono da ricercarsi in ragioni molto più pratiche e dal leggersi con la chiave di lettura della “realpolitik”.


Lo scontro in atto è fondamentalmente economico. L’Occidente vuole frenare l’indiscussa ascesa della Cina verso la leadership mondiale, sempre più visibile in tutti i settori dell’economia e di riflesso nello sviluppo di tecnologie militari. La poca trasparenza sulla genesi di Covid-19 alimenta la narrativa occidentale del “pericolo cinese”, ma lo scontro ha radici lontane e si basa sulla trasformazione del modello di sviluppo della Repubblica Popolare nell’ultimo ventennio.


L’Occidente ha contribuito in modo deciso ad “investire” la Cina della carica di “centro produttivo mondiale”, approfittando del basso costo del lavoro e di fatto trasferendo know-how strategico.


Certamente “alzare muri” non aiuta l’economia di nessuno dei blocchi in contrapposizione. Le interconnessioni di sistemi sempre più globali aumentano i rischi di shock produttivi che diversamente, per generare “valore” necessitano di rapporti e relazioni “pacifiche” tra Stati.


E se Il Brasile fosse un’alternativa?


Relazioni pacifiche presuppongono “reciprocità”. Una delle accuse dell’Occidente si basa proprio su questo aspetto. In altre parole: è più semplice per una impresa cinese fare affari all’estero che per un’impresa occidentale in Cina.


Chi per qualche motivo, studio o lavoro, frequenta o ha frequentato la Cina, conosce bene di cosa stiamo parlando.


Solo qualche esempio, per certi versi “banali” ma di fatto “impattanti” nelle attività quotidiane o di relazioni commerciali: la difficoltà di ottenere visti, i livelli di comunicazione, da una parte culturali, come la lingua (ovvio), dall’altra tecnologici, l’obbligo di utilizzare determinati sistemi operativi o come l’impossibilità di utilizzare canali di comunicazione, per “noi” di “uso comune”. Pochi semplici esempi ma che danno il “metro di misura” sulle differenze di approccio a questo interessante mercato.


In questo nuovo e imprevedibile scenario geopolitico, il Brasile potrebbe giocare un ruolo da protagonista. Dal punto di vista di chi scrive, il Brasile rappresenta per le imprese italiane un mercato con potenzialità enormi e con caratteristiche socioculturali molto più vicine alle nostre, che incentivano l’adozione di modelli di business che non richiedono “rivoluzioni” nella configurazione e nell’impostazione di “fare impresa”.


Qualche dato:

  • Con più di 200 milioni di persone, il Brasile è il sesto Paese al mondo per popolazione

  • L’Italia è il secondo partner commerciale europeo del Brasile, dopo la Germania

  • L'ottavo a livello mondiale

  • 968 sono le Imprese Italiane presenti in Brasile attraverso filiali e stabilimenti produttivi

  • Ultimo, di certo non per importanza, sull’intera popolazione brasiliana, 30 milioni hanno una “discendenza” italiana, che di fatto configurano l’Italia e il Made in Italy in generale, tra i Paesi e le produzioni con un altissimo indice di gradimento.

Infine, il tasso di cambio favorevole ed i programmi di privatizzazioni in atto, sono un proficuo incentivo per tutte le aziende italiane per intraprendere processi di internazionalizzazione, in vari settori, automotive, oil&gas, farmaceutico, energie rinnovabili, ICT, moda, agroalimentare, edilizia così come per investimenti finanziari, obbligazionario e azionario.



Fare business in Brasile:


Come tutti i processi di internazionalizzazione, fare affari in mercati esteri non è per “avventurieri”. Il Brasile non è da meno.


Potremmo prendere in prestito le parole di Tom Jobim:

O Brasil não é para principiantes”... facile capirne il senso anche per chi non ha dimestichezza con il portoghese.


Ma non impossibile. Dal mio osservatorio, sono convinto che i benefici superano i rischi. Gli spazi di mercato per “fare impresa” e “crescere” sono molteplici.


Anche per presentarsi al mercato brasiliano si presuppone, quindi, una buona conoscenza del contesto, il supporto di professionalità e un piano strategico, finanziario ed operativo sulla base degli obiettivi e aspettative desiderati.


Quali benefici?


Il Drawback: un aiuto concreto per le aziende che esportano producendo in Brasile



Il Drawback è un incentivo fiscale che aiuta gli esportatori a ridurre i costi di produzione e ad avere così un prezzo interessante e competitivo nel commercio internazionale. Attraverso questo incentivo fiscale è possibile ottenere l'esenzione o la sospensione delle tasse sui “fattori produttivi” che vengono utilizzati nel processo di fabbricazione dei prodotti.


Semplificando, il Drawback è un regime doganale che concede l'esenzione o la sospensione fiscale. Viene concesso in particolare per le importazioni che verranno utilizzate nella fabbricazione di prodotti per l'esportazione.


Le principali tasse esenti o sospese dal regime sono:

1. Imposta sui prodotti industrializzati (IPI);

2. Tassa di importazione (II);

3. In aggiunta a Freight for the Renewal of the Merchant Navy (AFRMM);

4. Imposta sulle operazioni relative alla circolazione delle merci e sulla fornitura di servizi di trasporto e comunicazione interstatali e intercomunali (ICMS);


Questo regime è stato creato nel 1966 con l'obiettivo principale di ridurre i costi di fabbricazione dei prodotti brasiliani destinati all'esportazione.


Come funziona?

Il Drawback funziona come un accordo tra l'azienda esportatrice e il governo, in cui dichiara formalmente che utilizzerà per esempio materie prime, semi-lavorati, componenti meccaniche, materiali da imballaggio importati, nell'industrializzazione dei suoi prodotti. In cambio, il governo, tramite SECEX, concede l'esenzione fiscale.


Il processo inizia quando l'azienda esportatrice chiede alla Segreteria per il Commercio Estero (SECEX) l'autorizzazione all'importazione o all'acquisto di fattori produttivi, con esclusione della sospensione delle tasse.


Infatti, SECEX è responsabile del monitoraggio, ispezione e prova che l'esenzione fiscale è stata effettuata entro i criteri legali dall'esportatore.


Dopo l'approvazione, l'azienda può importare gli input del proprio ciclo di produzione con un vantaggio fiscale, nonché produrre i prodotti che verranno esportati. L'intera procedura è registrata nel Sistema integrato di commercio estero (SISCOMEX).


Questo regime doganale avviene in 3 diverse modalità: sospensione, esenzione e rimborso delle tasse.


Senza presunzione di essere esaustivi, qui di seguito una breve descrizione:


Sospensione

Il SECEX autorizza la sospensione delle tasse sugli input importati che verranno utilizzati nell'industrializzazione dei prodotti. Questo incentivo viene concesso quando le merci vengono importate. In questo caso, l'azienda acquista prodotti (fattori produttivi) all'estero e non ha bisogno di pagare tasse come IPI e II. Tuttavia, deve garantire che gli input vengano utilizzati nella fabbricazione di prodotti per l'esportazione. In caso contrario, perde l’incentivo fiscale e potrebbe essere multata.


Esenzione

Questa modalità offre l'esenzione dalle tasse sulle importazioni di beni precedentemente acquistati allo scopo di rifornire le scorte. Per avere diritto a questo incentivo, la merce deve essere importata in quantità e qualità equivalente all'ultimo acquisto. Cioè, viene concesso per quei fattori di produzione che erano già stati importati in precedenza, ma che sono stati acquistati di nuovo per ricostituire le scorte della società.


Restituzione

Questa modalità non è più utilizzata, ma consisteva nel rimborso, parziale o totale, delle tasse pagate al momento dell'importazione. Tale beneficio era concesso quando la società, dopo aver importato input per l'industrializzazione e pagato le tasse, non aveva intenzione di ricostituire le scorte.


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